mercoledì 30 luglio 2014

Il giorno in cui diventai un supereroe




PROLOGO


-          È il corriere SDA!

Dove per SDA non intendevo il nome del corriere, ma era l’acronimo della bestemmia che ho tirato per essere stato buttato giù dal letto dalla consegna mezzora prima della sveglia che avevo fissato. Perché essere svegliati mezzora prima del previsto, soprattutto quando ti devi svegliare presto, è una delle cose più brutte a questo mondo. Comunque mai visto consegnare un pacco alle sette e un quarto, forse era l’ultima consegna del giorno precedente e non la prima di quel giorno.
Ritiro il pacco e per il rincoglionimento mi sa che firmo il polso del corriere e non la bolla di consegna. Lo abbraccio, non il corriere, il pacco, che era un rotolone alto quanto me e mi ci appoggio. Mentre sono lì, in attesa degli ultimi neuroni ritardatari, l’occhio mi cade sulla lettera di vettura: “Destinatario: VIGLIONE DONATI”.
Donati. Donati. Donati.

Quel piccolo errore, quell’insignificante refuso fa sì che d’improvviso i neuroni mancanti si presentino tutti insieme alla festa, si uniscano ai presenti e inizino un girotondo, sempre più veloce, sempre più vorticoso, finché questo vortice non mi afferra e mi risucchia. Riportandomi a 4 anni prima, a



 IL GIORNO IN CUI DIVENTAI UN SUPEREROE

Settembre 2010. Bologna. La sto lasciando, Bologna, dopo 11 anni. Devo riconsegnare l’appartamento al proprietario di casa, un brav’uomo per carità, ma che in quanto a ebreitudine non aveva da invidiare a nessuno. Aveva una fessura che gli separava gli incisivi e che noi avevamo individuato come sua personale macchinetta contasoldi, visto che quando gli portavamo l’affitto, la netta percezione era che quella fessura si allargasse.
Quindi l’appartamento glielo devo riconsegnare bene, molto bene. Altrimenti mi scordo la caparra, bella sostanziosa.

Ora, se per caso avete una lontana idea di cosa può essere diventato un appartamento di Bologna abitato consecutivamente per 11 anni da giovani uomini, prima universitari poi lavoratori al primo impiego, bene, sappiate che quell’idea è comunque moooolto ottimista rispetto a quello che era diventato l’interno 17 del quinto piano di via Riva di Reno 4. Il muro non era un muro, era una necropoli messapica. Decine e decine di poster, macchie di qualsiasi elemento esistente in natura, persino un’impronta di scarpa sul soffitto. E come se non bastasse alcune prove che alzavano ulteriormente il livello di difficoltà dell’impresa. Tipo: una collezione di circa 150 sottobicchieri attaccati al muro col BOSTIK da uno dei primi inquilini della casa, mio caro amico, del quale vorrei tutelare la privacy e che quindi chiamerò semplicemente Il Cazzone. Sul quale comunque non infierirò considerato che uno dei maggiori, se non il principale, artefici dello stato del resto della casa era il sottoscritto. E ancora: una vasca da bagno sul cui fondo si era depositato gradualmente uno strato nero come la notte, duro come la pietra.

Quindi bisogna fare un gran lavoro, con poco tempo a disposizione. Un lavorone manuale a cui si aggiunge un altrettanto imponente lavoro emotivo, dovuto al dover sostanzialmente resettare 11 anni di Storia.
Provo a chiedere un preventivo a un paio di professionisti, poi a un paio di cooperative (ho capito perché si chiamano così: cooperano per mettertelo in culo) ma siccome mi ritengo ancora troppo giovane per dovermi vendere un rene, desisto e decido che bisogna fare la cosa in economia. Anche perché lo scopo è riprendersi la caparra non darne il triplo agli imbianchini.

La cosa peggiore è che a fare quel lavoro sono rimasto sostanzialmente da solo, se escludiamo gli interventi dei santi Dino e Tony, che quando potevano, fuori dal loro orario di lavoro, venivano ad aiutarmi, loro che in quella casa nemmeno avevano mai abitato. Ma la cosa ancora peggiore è che se esiste una persona al mondo totalmente priva di qualsiasi senso pratico e abilità e conoscenze tecniche manuali, quello sono io. E se volete, mio padre. Comunque io. Non so letteralmente da che parte iniziare. In mio soccorso c’è San Dino che mi erudisce sui fondamentali rudimenti del mestiere.

Ma dimentico il punto che mi porta a introdurre il personaggio cruciale di questa storia: la problematica questione degli infissi. Che ovviamente erano messi come il resto della casa, cioè di merda. Quelli non potevo farli io.

-Ah, ma non c’è mica problema, le chiamo un mio cugino che è del mestiere e li fa lui, e poi decurtiamo dalla caparra che le restituirò se il resto è tutto a posto- mi “tranquillizza” (con moderato allargamento della fessura fra gli incisivi) il padrone di casa.

E arriva questo cugino, Luca. Un ometto di mezz’età e di mezza taglia che già al primo impatto mi provoca un leggerissimo sibilo nelle orecchie. Uno sguardo a punta, per la maggior parte del tempo perso nel vuoto. La voce tipica di chi sembra stia bisbigliando anche quando in realtà non lo sta facendo. La ripetizione quasi ossessiva delle parole chiave delle sue frasi.
-          Farò un bel lavoro.
-          Bene.
-          Un bel lavoro. Sarà tutto bianco.
-          Sì, ok. Bene.
-          Tutto bianco.
Ho circa una settimana a disposizione per finire tutto. I primi 3 giorni sono un incubo. Non vengo a capo di nulla, vado lentissimo e faccio le cose malissimo. È più la pittura che mi finisce addosso di quella che applico sulle pareti.
-          Ah, ma secondo me non ce la fa mica- mi tranquillizza il padrone di casa ad un primo, disarmato sopralluogo.
Come se non fossi già abbastanza lento di mio, ci si mette Luca a rallentarmi ulteriormente. La prima impressione che avevo avuto di lui non si rivela esatta: era molto peggio, o molto meglio, a seconda dei punti di vista. A intervalli regolari mi sento chiamare dall’altro capo della casa (stiamo lavorando nelle due camere opposte, separate dal lungo corridoio)
-          Dimmi Luca.
-          Guarda. Sta venendo bene!
-          Sì, vero.
-          È bianco. Prima non era bianco. Ora è bianco.
-          Certo. Sei qui apposta.
-          Sta venendo bene. È bianco.
-          Essì. È bianco.
Questo succedeva almeno 3-4 volte al giorno. E non solo. Io non sarò una persona particolarmente attenta, ma non mi pare di aver mai visto in vita mia un operaio che non ha con sé il cacciavite a stella, non ha una pinza, non ha lo stucco, non ha un cazzo di niente. Fino a Luca ovviamente. E altrettanto ovviamente li chiedeva a me. Solo che io non è che avessi tutto tutto.
-          Maledizione. Maledizione. E ora come faccio?
-          Beh, ad esempio potresti uscire e comprare ciò che ti serve.
-          Maledizione!
Insomma, la situazione si trascina per 3 giorni così, fra il drammatico e il surreale.
Finché non succede qualcosa.
E’ Tony ad accorgersene, in una delle sue missioni in mio soccorso. Gli stavo proprio parlando di Luca, che lavorava nell’altra stanza, quando come al solito sento chiamarmi. Tony tende l’orecchio e mi fa:
-          Ma perché ti chiama Donati?
-          Come Donati?
-          Ascolta.
Tendo l’orecchio anch’io:
-          Donati! Donati!
E’  particolarmente allarmato. Mai quanto me.
-          Dimmi Luca. Che è successo?
-          Ho rotto un vetro! Maledizione! Noooo! E ora che faccio?
-          Beh, ad esempio potresti prendere le misure, ordinarne un altro e sostituirlo.
-          Nooo! Maledizione, Donati, maledizione.
Maledizione.
In quel momento cambia tutto. Mi chiama Donati. Pensa sia il mio cognome. Mi dà del tu ma mi chiama per cognome.
Ci rifletto un attimo e poi capisco. Non si tratta semplicemente di un malinteso. Lui mi tratta da suo pari. Per il semplice fatto che mi vede con un pennello in mano, con i bidoni di pittura e con tutto l’armamentario vario, lui mi considera un appartenente alla sua nobile specie. Mi chiama per cognome, ma dandomi del tu, come farebbe con un collega. Perché su si usa così.
All’improvviso, questa consapevolezza mi fa precipitare in un mondo di preventivi richiesti, con fattura senza fattura, forniture, partite Iva, nuovi sensazionali prodotti, complimenti, rifiniture, tasse troppo alte e tutto il resto. E qualcosa cambia in me.

“Ah, ma se hai quel problema lì chiama il Donati  che te lo mette a posto eh”
“Donati, ma l’hai fatta tu la piastrellatura dall’avvocato Benfenati?”

Questa consapevolezza mi trasforma. Donato diventa Donati. Donato diventa un supereroe della manualità. Un virtuso dell’antica arte dello stucco. Un accademico dell’imbiancatura. Ferma è la sua mano, salda la sua coscienza ma soprattutto la sua scala.

Donati non è Donato. Donati è responsabilizzato. Donati vuol dire trance. Donati vuol dire iniziare a lavorare indefessamente e impeccabilmente su quelle cazzo di pareti e su tutto il resto. Donati è scatenato. A Donati mancano 4 giorni per la riconsegna, ma un Donati così ce l’avrebbe fatta anche in 3.

Perché ad esempio Donati, nel giorno del suo trentesimo compleanno, lavora come nu ciucciu tutto il giorno e la sera potrebbe anche permettersi di andare a festeggiare moderatamente con un aperitivo insieme agli amici. E invece no. Ordina una pizza chimica da un pakistano, consapevole che la lievitazione della pasta, che sarebbe avvenuta solo successivamente nel suo stomaco,  gli avrebbe impedito di dormire e consentito di portare avanti la sua missione. La mangia velocemente davanti a Otto e Mezzo di La7. E se la scena vi sembra già sufficientemente triste, è solo perché non sapete che l’ospite di quella sera era Scalfari. Ma Donati se ne fotte della tristezza e si ributta nel lavoro fino alla prima nottata.
Poi sente un rumore. Un attimo di sgomento, la scala che traballa. Ma capisce subito.
-          Luca, ma sei ancora qui?
-          Donati, ma che ore sono?
-          E’ l’una e mezza di notte!
-          Ah. Che dici, forse è meglio che vada?
-          Dico di sì.
-          Va bene. Allora a domani mattina. Suono alle sette. Mi raccomando, aprimi. Aprimi, mi raccomando. Alle sette.
-          Ok. Alle sette
-          Alle sette. Mi raccomando.
(si presentava ogni giorno alle sette e tirava avanti fino alla serata tarda, solitamente le undici. Quella sera evidentemente si era flashato riflettendo su quanto era bianco lo smalto bianco che stava applicando e aveva sforato di 2 ore e mezza. E infatti, nonostante questi orari, il suo lavoro procedeva incredibilmente a rilento. Due giorni dopo, quando io avevo finito il mio, lui non era ancora a metà. Però tutto era straordinariamente bianco. Tutto bianco, l’unica cosa che contava era quella)

Stucca, stucca, stucca. Raschia, raschia, raschia. Pulisci, pulisci, pulisci. Imbianca, imbianca, imbianca.
Donati aggredisce il nero della vasca, quasi si lussa il gomito nelle due ore e passa di sfregamenti, ma alla fine la restituisce all’antico e dimenticato splendore.

-          Donati!
-          Dimmi Luca.
(ero tornato Donato e mi stavo prendendo una pausa di una mezzoretta al pc)
-          Metti il televideo.
-          Sono su internet. Non c’è il televideo qui.
(in realtà poi ho scoperto che esiste anche il sito del televideo, che è una di quelle notizie che rendono la vita degna di essere vissuta)
-          Ma a che ti serve il televideo?
-          Devo vedere il lotto.
-          Ah, ma possiamo vederlo anche qui, sul sito del lotto. Hai giocato?
-          Il 42 sulla ruota di Napoli. E’ da molto che non esce, stavolta è uscito di certo. Il 42 sulla ruota di Napoli. È ritardatario, oggi è uscito.
-          Ma dai Luca! I ritardatari sono una stronzata!
-          Oggi è uscito. Il 42. Metti il televideo.
-          Ok controlliamo.
-          Vedi, non è uscito.
-          Maledizione!
(pugno di disappunto sulla tastiera del mio pc)
-          Oh, che cazzo fai, me lo rompi!
(non gliene fotteva un cazzo, aveva ancora gli occhi fissi sul monitor)
-          Maledizione, maledizione! Doveva uscire, doveva uscire. Il 42. Ah, ma sicuramente esce alla prossima estrazione. Alla prossima per forza eh.
-          Sai che c’è? Penso che hai ragione. Alla prossima a sto punto deve uscire per forza. Fossi in te ci punterei più soldi.
-          Il 42. Uscirà.



EPILOGO

-          Ah, ma mi congratulo con lei. Non pensavo mica che ce l’avrebbe fatta. Ha fatto un gran bel lavoro. Dopo può passare dal mio ufficio così le restituisco la caparra. Ovviamente decurtata delle altre spese convenute- (moderatissima divaricazione degli incisivi)
-          Ovviamente, ci mancherebbe.

È finita. Ho ricreato una parvenza di casa. Non mi resto che recuperare i soldini e restituire le chiavi. Ma prima, devo salutare Luca, che come dicevo era ancora nel pieno del suo lavoro.

-          Ciao Donati. Ciao.
-          Ciao Luca.
-          Mi raccomando, Donati, se qualcuno che conosci ha bisogno di un bel lavoro, dagli il mio nome. Mi raccomando.
-          Certo Luca, come no. Come potrei segnalare un altro nome che non sia il tuo? Sarebbe assurdo anche solo pensarlo.
-          Eh infatti. Oh, però Donati, mi raccomando.
-          Cosa?
-          Che sia un lavoro grosso. Grosso. Un lavoro grosso.
-          Certo. I miei amici non è che abbiano delle ville qui, però vedo che posso fare. Un lavoro grosso quindi?
-          Grosso. Un lavoro grosso.
-          Ma grosso quanto?
-          Grosso.
-          Ok, ciao Luca.
-          Ciao Donati.


Questa è la storia del giorno in cui diventai un supereroe. 

Detto che l’aspetto più bello di tutta la vicenda resta la faccenda dell’esistenza del sito del televideo, la morale è che ognuno di noi ha dentro di sé qualità e capacità nascoste che possono venire fuori in qualsiasi modo, anche grazie all’aiuto di un individuo con degli evidenti squilibri psichici.
Così, non sempre, ma quando la stringente necessità lo impone, Donato è ancora capace di trasformarsi in quel supereroe che salvò un appartamento ma soprattutto la caparra in quei buffi e definitivi giorni del settembre 2010.

Qualche volta succede ancora. Tipo qualche mese fa. Insieme a mio cugino decidiamo di ripulire un uliveto che era stato abbandonato da 40 anni. Era diventato quindi un enclave dell’Amazzonia. Ci armiamo di decespugliatori e motoseghe.
Le nostre madri (più la mia a dire il vero, visto che mio cugino Marco ha sempre avuto una discreta predisposizione per i lavori manuali) ci salutano neanche stessimo partendo per la linea del Piave.
-        
  Stai attento Donato, ti prego. Non ti tranciare una gamba.
-          Tranquilla ma’, non ti preoccupare. Però devi farmi un favore.
-          Quale?
-          Chiamami Donati.

2 commenti:

  1. Lo smalto era ad acqua eh, non con solventi chimici. Quelli sono tossici eh.
    E l' altro supereroe?

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  2. uhmmm...io sto ancora riflettendo sull'acronimo della bestemmia

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